lunedì 13 novembre 2017

TESTIMONIANZE DAL PASSATO DELLA CIVILTA' CONTADINA DELL'APPENNINO TOSCO-EMILIANO

TESTIMONIANZE DAL PASSATO DELLA CIVILTÀ CONTADINA NELL’APPENNINO
TOSCO-EMILIANO
   A causa delle scarse infrastrutture e della tipologia stessa del territorio, l’appennino Tosco-Emiliano ha conservato più a lungo rispetto di altre zone, alcune caratteristiche tipiche della cosiddetta civiltà contadina, una situazione sociale, economica e culturale che riporta alla mente condizioni di vita che già nel 1950 in tanti luoghi avevano dimenticato ed abandonato a favore di usi e costumi più moderni, favoriti soprattutto da tecnologia e consumismo.
Gli abitanti di queste aspre ed a volte inospitali montagne, isolati e con scarsi mezzi di comunicazione, hanno preservato stili di vita più poveri e con valori decisamente diversi rispetto alle zone più industrializzate.
Nella zona di Pian del Voglio, prime propaggini dell’appennino, su cui verte la presente stesura, molte terre appartenevano alla famiglia nobiliare dei Conti Ranuzzi De’ Bianchi, possedimenti che erano gestiti da fattori e coltivati da intere famiglie di contadini e mezzadri, in base a contratti agrari tipicamente feudale e speculativi. Altri terreni appartenevano a famiglie, i primi imprenditori, che erano riusciti faticosamente ad acquistarli dai Conti.
   L’economia del periodo, secondo dopoguerra fino alla fine degli ’50, quando i lavori di costruzione dell’autostrada A1 hanno portato sostanziali cambiamenti nell’economia e nella vita di tutti i giorni nell’ambito locale, era prevalentemente agricolo. Il commercio era decisamente scarso, il denaro contante non era abbondante e ne comune mentre il poco che c’era serviva per pagare le tasse: le famiglie e le comunità cercavano di essere autosufficienti utilizzando maggiormente le modalità dei baratti che avvenivano con i prodotti della terra, in quanto beni di sopravvivenza.
   L’economia della famiglia, o meglio, la sua sopravvivenza, era basata su ciò che si riusciva a produrre. La principale fonte di sostentamento era il bestiame, in quanto forniva carne e latte: la quantità di capi bovini presenti nella stalla, rifletteva il “benestare” dei proprietari. Le terre dovevano essere coltivate in funzione degli animali, poiché solo una minima parte del raccolto era destinata al consumo umano. Gli animali potevano lavorare nei campi alleviando così le fatiche di un’agricoltura esclusivamente manuale. I buoi erano simbolo di grande ricchezza, poiché lavoravano, ma non rendevano in termini di alimentazione, mentre gli asini, che erano alla portata di pochi privilegiati, risparmiavano le fatiche del trasporto dei cereali e della farina da casa al mulino e viceversa, compito prettamente femminile; i rari cavalli, simbolo del potere e nobiltà, erano utilizzati esclusivamente dal fattore quando passava a controllare le terre e l’operato dei mezzadri.
Le uova, conservate scrupolosamente durante l’inverno quando le galline smettevano di produrle, erano una preziosa risorta, come le galline stesse che venivano uccise solo in occasioni speciali, a esempio, dopo un parto, per rimettere in forza la puerpera.
Il rispetto dell’ambiente era prioritario e assoluto: la terra era l’unica fonte di sostentamento, in quanto forniva tutto il necessario come cibo, calore, casa, vestiti, e pertanto andava tenuta in grande considerazione, rispetto e trattata con tutte le cure possibili.
   Si è portati a pensare che tale tipo di economia alquanto “chiusa” e la relativa vita frugale e travagliata che ne derivava, abbia immancabilmente indirizzato le persone ad una situazione di chiusura, di reciproca diffidenza e di invidia: in effetti non è stato assolutamente così, anzi! Proprio in questi periodi di scarsa ricchezza, di immani fatiche, alcuni valori fondamentali della vita quali la famiglia, l’amicizia, la solidarietà ed il reciproco rispetto, hanno trovato la massima espressione nell’aiutarsi e condividere quel poco che si aveva. Le famiglie e le comunità lavoravano insieme e si aiutavano vicendevolmente, sia nel lavoro che nella vita di tutti i giorni. I momenti del raccolto erano attimi di aggregazione sociale, in quanto si lavorava volentieri e si stava in compagnia. Quando si “spannocchiava” il granturco era una festa collettiva con musica, canti, balli e racconti. Se una donna era a lavorare nei campi e il neonato a casa doveva essere allattato e accudito, poteva rivolgersi a una vicina. Se c’era necessità di mano d’opera per una qualunque riparazione, tutti gli uomini erano disponibili: poiché non vi erano grandi possibilità e vie di comunicazione, ma proprio perché la strada era una sola, tutto ciò che avveniva era sotto gli occhi di tutti che quando passava il dottore, si sapeva che qualcuno stava male e, peggio ancora, se passava il prete, qualcuno stava morendo! Vi era una grande vicinanza delle persone e una partecipazione comune e tanta, tanta compassione.
   Valori, questi, che nella società attuale dopo appena cinquant’anni, non sono più all’ordine del giorno, in una cultura che privilegia l’individuo e non facilita l’aggregazione, ma favorisce la forma rispetto alla sostanza, dove la ricchezza viene idolatrata ed il consumismo regna sovrano.
Personalmente, trovo difficile immedesimarmi in questo stile di vita passato, che è lontano dal vivere mio e dei miei coetanei, eppure si parla solo di qualche decennio fa, uno spaccato di vita vissuto dalle precedenti generazioni. Mi pare incredibile il guardare indietro nei tempi e vedere come sia cambiato il mondo in pochi anni, quante situazioni siano state dimenticate o vadano irrimediabilmente perdute. Di tutto ciò posso comprendere l’importanza delle testimonianze, la storia “viva”, “reale”, un pezzo di vita che ci ha condotti fino qui.
Ho cercato di raccogliere quante più testimonianze locali per conservare un pezzetto di storia che, personalmente, sento particolarmente vicino: testimonianze dirette di persone che hanno vissuto la storia di questi luoghi e che l’hanno tramandata.
Sono irrilevanti alcuni aneddoti, a volte divertenti e a volte malinconici, che fanno ridere o piangere, ma stupiscono sempre in quanto sono momenti vissuti.

   Mi rincresce accorgermi che le ultime generazioni non prestino alcuna attenzione al passato, alle testimonianze e all’esperienza che immancabilmente si riceve dai nostri predecessori, soprattutto quando il loro vissuto è ancora così vicino a noi: ebbene, questi valori non possono essere tramandati come semplici notizie, vanno vissuti e un giorno diventeranno storia …

domenica 20 agosto 2017

ONORA IL PADRE E LA MADRE CON ZEST

Onora il padre e la madre con Zest
   Il trovatore Donato Loscalzo nella poesia “Magnagrecia” racchiude in modo esemplare in uno sguardo lirico il Metaponto e il senso delle radici.
Ho imparato a perdermi negli anni
tra i balzi del Pollino verso il mare
un vortice di monti e foreste che si aprono alla terrazza di Ponente
il sole che mi cerca e io cerco
tra ombrosi precipizi di caverne
ha il sapore delle olive del grano
delle propaggini del giorno
che scalano le pietre ancora vive.
Proprio qui il mare è una scommessa:
la lingua dei greci, l' approdo di conquiste
i fuochi di Bisanzio
le pietre lavorare dai Borbone, respiro ancora la bellezza del mattino
nel dissolversi mistico dei numeri,
e il teorema ancora non risolve il destino dell'anima mortale
qui mi perdo confuso nei tramonti
perché la linea d'orizzonti
ora indovino tra cielo e mare o indistinti nell' abbraccio
e apro così il mio balcone
pronto a regalare a questa terra
che silente ancora mi accompagna
la certezza di riavermi ancora nuovo.
   Credo non si possa esprimere meglio il sentimento di amore per questa terra, la sua nobile e antica origine, il sapore diverso, “ … un vortice di monti e foreste / … / tra ombrosi precipizi di caverne …”. È difficile “onorare il padre e la madre” e le proprie radici fino a provarne il senso profondo, a farne quasi un sapore in bocca, uno sguardo che sa coniugare ieri e oggi come ha fatto il poeta che trova, anzi, una spinta dal passato, per avere la certezza di tornare a farsi sempre nuovo pur rinnovando un patto di appartenenza.
   Accade di pensare a tutto questo ascoltando i commenti dei giovani fuori da una piccola ferrovia silenziosa e quasi abbandonata nei suoi quattro binari. Viene paragonata con violenza e sdegno alle magnifiche stazioni delle grandi città e mentre sembra che perda, quella stazione vince nel paragone, vince non solo nella prepotenza dei giovani, vince e basta! Vince perché da stazioni così sono partiti le madri e i padri di quei ragazzi della grande città, vince perché in quel silenzio ferroviario c' è l'onestà di un viaggio che è stato e che torna a essere, vince perché nelle ferrovie fattesi silenzio a Parigi e a Firenze ora si fa cultura, si fa museo di un passato che è glorioso solo quando il presente è ancora onorevole, proprio come dice il poeta Loscalzo con quel “ … uomo nuovo … ” degno di leggere il passato bizantino e borbonico della pietra. Eppure, davanti a quella piccola e silenziosa stazioncina dei giovani usciti dall'alberghiero di Potenza nel 2006, danno la risposta giusta e piena di consapevolezza al saper “onorare il padre e la madre” attraverso “il sapore delle olive, del grano” e lo fanno con gusto. “Zest”, gusto, infatti il nome del locale che è un impegno con i clienti e un patto con i fornitori.
Ci dice Michelangelo Ranauda, che con la fidanzata Rossella in sala e Luciano Cerone con lui in cucina, mandano avanti il locale inaugurato il 22 dicembre scorso, che tutto è a km Ø e che personalmente conosce i piccoli fornitori locali quando non produce personalmente nell’azienda di famiglia. Al “sapore delle olive, del grano” aggiunge quelle dell'orto e del sole, del lievito di birra e delle 48 h di lievitazione, quello dei pomodori locali e non trattati, i sott’olio di monte Scaglioso, i latticini e podolica di Ruoti-Baragiano-Tito, i cardoncelli di Bella, la biopasta fresca di Tito e lo zafferano locale. Secondo la tradizione aviglianese, offre un'ottima verticale di eccellente baccalà e le carni sono di piccole produzioni attente all'alimentazione a fieno dei capi con una resa di qualità. Le birre non filtrate sono artigianali del Vulture: Rocco Roll, Bramea, Gnostr, Bianchina, West Cost, Gaddina Young, So' Biologa, ottime davvero e fanno simpatia già nella scelta del nome in etichetta che non rinnega le origini, anzi. “ onorano il padre e la madre” pur facendosi “uomo nuovo”.
Così accade per i nomi scelti per le pizze in listino oltre quelle tradizionali: A Ruotese, A' Castelgrande, A' Pescopagano, A' Satriano, A' Metaponto, … tutti nomi e “condimenti” dei paesi vicini. Non manca una pizza dedicata proprio a quella silenziosa stazione: A' Stazion, che non è francese ma orgogliosamente Lucano!: pomodoro, mozzarella, cardoncelli, olive, € 5 e un sorriso!
C'è chi dice sia una trovata un po' “ruffiana” per conquistare tutti ; se così fosse, sarebbe un grande rischio, perché un gioco finisce sempre prima o poi. Questo, invece, è un patto, un impegno col cliente di Ruoti, di Avigliano, del Metaponto, di Bella. Lucano, non solo per il turista già educato a km Ø, ma col locale silenzioso come la stazione pronto a farsi cultura enogastronomica insieme a Michelangelo e alla sua brigata che hanno non solo trovato se stessi “ onorando il padre e la madre”, ma creato se stessi … , G. B. Shaw.  Hanno messo gusto anche nel locale, piccolo e grazioso, aperto sei giorni a settimana, pranzo e cena, registrando full.
I prezzi sono onesti da invitarti a tornarci e così genuini i piatti da desiderarlo di farlo spesso.
   Tornando al commento dei giovani sempre connessi che parlano poco e spesso a sproposito, direi che si perdono molto, il Zest, appunto, il gusto e non solo della stazioncina e dei sapori di cui loro stessi sono impastati, ma molto di più. Una psicologa americana ha scritto “iGen”, un libro per denunciare gli effetti gravi sulla personalità degli adolescenti a causa dell'uso continuo e smodato del cellulare. Ma questa è un'altra storia, a noi piace pensarla ancora come Marguerite Yourcenar nelle “Memorie di Adriano”: “ … chi ama il bello finisce per trovarne, ovunque come un filone d'oro ... “

di Lorella Rotondi

venerdì 11 agosto 2017

NON DI SOLO PANE ...

Non di solo pane …
   Vivere la Lucania e non di Lucania o in Lucania, consente uno sguardo aperto e , forse, un po' lirico su una regione italiana bellissima e poco conosciuta. Non solo è poco conosciuta, è confusa addirittura con altre regioni quali Campania, Puglia, Calabria. I confini lucani sono con quelle regioni e ne condividono alcuni destini, ma non tutti, quando i confini non sono due mari su cui affaccia.
I destini che condivide, stanno, ad esempio, nel razionamento di acqua che da sempre la Basilicata manda in Puglia. Una regione ricchissima di acqua “ deve” concederla in Puglia e i cittadini approvvigionano i serbatoi dalle 6:00 alle 10:00 del mattino. Quest' anno ipotizzare questo per Roma, non il Lazio, Roma! Ha fatto gridare allo scandalo! Roma no! L' intera Basilicata sì e da sempre. Condivide con la Campania la “terra dei fuochi”, ma qui non se ne parla, anzi! Grandi distributori vantano “prodotto in Lucania” “evitando” Campania proprio per disinformazione degli acquirenti che non sanno del gran male prodotto dalle trivellazioni col carico di contaminazioni nelle falde acquifere, la diffusione cancerogena a seguito delle attività estrattive. Qui si baratta la salute col lavoro proprio come a Taranto.
   Altro destino comune con le regioni con cui confina è la negligenza verso gioventù persa e dispersa, non stimolata, a rimanere. Dovrebbero contenere la “desertificazione” dei borghi storici, concedendo, a titolo gratuito, case ai giovani disposti a rimanere a viverci. Il loro lavoro andrebbe favorito con formazione e fondi, progetti cooperativi ed europei, andrebbero sostenuti a restare sul territorio e andrebbero educati alla custodia dei saperi e sapori genuini, quelli che pensiamo qui, ma che proprio qui stanno scomparendo. O si fa così e rapidamente, o presto fra i 1730 paesi circa che “scompariranno” in Italia entro il 2030, (cfr A. Caporale “ Acqua da tutte le parti”), molti saranno lucani; casa e lavoro, dunque, a chi resta! Ma così ancora non è.
   Abbiamo conosciuto Katia e Marco, una giovane e bella coppia, che hanno avviato una piccola impresa familiare di arte bianca, benché lei sia stata brillante studentessa di biologia molecolare a Pisa e lui sia geometra “con timbro”. Trovare “colti” panettieri non è cosa rara; abbiamo già conosciuto ingegneri milanesi diventati allevatori in Toscana, fotografi di chiara fama che aprono fattorie biologiche, cantanti stranieri che si fanno “vignaiuoli” in Italia. Sono queste scelte di vita,conversioni filosofiche. Il punto è che Katia e Marco non hanno avuto scelta. Questo rende meno democratico un paese che si dichiara democratico. Katia e Marco, a nostro giudizio, sfornano i migliori biscotti al farro del paese e il loro pane esclusivamente a legna e pasta madre, è altamente digeribile, gustoso, curato nella scelta della farina, nella lievitazione e nella cottura. Chi ha insegnato loro tutto questo? Chi ha improntato i capitali per la loro piccola impresa artigianale?  Nessuno! Una regione che ha così pochi abitanti e non riesce a prendersene cura scandalizza davvero. E’ necessario organizzare corsi professionalizzanti a ciclo continuo articolati, nel caso di Marco e Katia, dalla panificazione al marketing, dalla comunicazione alla messa in rete con i produttori biologici a filiera corta, sino alla progettualità con le scuole per un' ducazione ai sapori e tradizioni del territorio. La regione Basilicata dovrebbe inserirsi, anche attraverso Katia e Marco, nelle virtuose realtà slow-food e dovrebbe promuovere ogni singolo borgo lucano a fini turistici cui potrebbero rispondere persone interessate alla montagna come al lago o al mare o alla collina, senza dimenticare i siti archeologici, il passato greco e duino, nonché federiciano del territorio. Altrimenti penso che questa regione non si meriti ragazzi così bravi, miti, onesti, capacissimi nel loro lavoro. Ho visto quaderni zeppi di appunti con tempi di lievitazione e tempi di infornata; sembravano quelli di una puerpera che segue le prime poppate del bimbo per accertarsi della sua salute e crescita. Ecco, se la Lucania imparasse da Katia e Marco a tenere un virtuoso quadernino in cui si accerta premurosamente della crescita e salute dei suoi giovani, farebbe la cosa giusta. Farebbe la cosa giusta a fare dei bandi per fornire attrezzature all’avanguardia a queste giovani imprese perché il lavoro è fatica, ma di lavoro si deve poter vivere e non morire schiacciati dai pensieri dei mutui.
Che politici sono quelli che crescono figli poi chiedono loro un eterno destino di migranti oppure di restare, rischiando del proprio?
Dopo il film “Basilicata coast-to-coast”, questa regione è sparita di nuovo; sicché non resta la menzione ai telegiornali quando Renzi e Boschi si recarono a Potenza a riferire riguardo a un “piccolo scandalo” di partito. Il cagliaritano sta proponendo invece realtà all'avanguardia; una tra queste è “l’orto al bar” su lettiere a vista ricavate dalla lana, ad esempio. Perché non in Basilicata? Non manca la lana e non mancano né la cultura né la capacità-passione, come quella di Katia e Marco, tese come un filo tra tradizione e innovazione.
Manca una regione e mancano dei politici che abbiano davvero a cuore questa terra che siano stanchi di violarla e desiderosi di arricchirla, popolarla, lasciarla visitare attraverso una viabilità sicura e moderna.
   Matera capitale della cultura è anche a Bella, al forno di Katia e Marco dalle 4:00 del mattino alle 20:00 di sera quando donano il pane vecchio agli animali stremati dalla siccità. Hanno già dato di più questi ragazzi a questa terra di quanto più questa terra abbia dato loro, hanno già fatto cultura e politica migliori di quanta ne abbiano intorno.

di Lorella Rotondi

mercoledì 12 luglio 2017

NON SIAMO TUTTI UGUALI, MA NEMMENO DIVERSI ...

Non siamo tutti uguali, ma nemmeno diversi …
   L'originalità era un tempo trasgressione: oggi, la trasgressione è l'ordinaria follia del quotidiano?
Ci guardiamo bene dal rispondere la normalità, per non aprire l'annosa e sinceramente noiosa querelle su “cosa è normale?” e diremo che si può ancora trovare l'originalità in brevi sacche di cultura indigena in ogni parte d' Italia rimasta abbastanza isolata o, auto-isolatasi abbastanza. “Abbastanza” è atto dovuto come considerazione logico-deduttiva da ciò che si mostra sotto i nostri occhi: il cellulare in mano all'ottantenne, e oltre, che conversa con un giovane imprenditore di agency that sells services in tuta e che ti parla di Tokio o Berlino o di Milano come avesse visitato queste città solo poche ore prima e azzera i tuoi ricordi dieci anni prima o solo di un mese prima.
“Isolati” è necessario per rimanere originali: modi di dire, di fare, di cucinare che non sono televisivi né massificati dalla divulgazione a ripetizione. Anche quando ti insegnano ad essere diversi poi ti rendono tutti uguali! Ma con personaggi così, usciti dalle isole culturali, c'è da divertirsi, imparare, ricordare fra un pizzico di nostalgia e uno di simpatia.
   Basta poco per accorgersi del DOC che respiri in alcune di queste “isole”: aria, acqua, calma, curiosità, capacità di guardare e inquadrare l'altro da quel che dice e da quel che fa, meglio di un dirigente alle Risorse Umane. DOC e BIO sono, poi, i prodotti che usano a tavola: vino senza trattamenti, pomodori sani, patate non trattate e così il resto dell'orto e della frutta. Qualcosa di questi prodotti viene venduto, il poco in esubero, accanto a farro, cicerchia, lenticchia, olio, della carne a filiera cortissima e insaccati famosissimi. Sto parlando di gente laboriosa colpita da uno, due, tre terremoti. Siamo nella Valle del Menotre. Chi conosce questa valle fra gli appennini umbro-marchigiani? Pochi che magari conoscono mete esotiche comprate nei pacchetti con sconti straordinari nella stagione delle piogge e che tornano, anche da lì, come diceva mia nonna “ … casson s'è andà, baul s'è tornà  … ” , cassone è andato, baule è tornato. Ecco, la Valle del Menotre e le altre numerose isole culturali di cui parliamo, non sono per questi turisti. Queste terre sono per viaggiatori in quanto necessitano cultura e cuore per fare dei veri viaggi: ci vuole tempo sano e libero, oltre alla pazienza e curiosità dell'incontro. Tutto questo nei “ pacchetti” non è richiesto e pure quando hai raggiunto la catatonia c'è un solerte animatore, destinato a diventare Fiorello o Premier che, appunto, ti anima e ti diverte per forza, come se il divertimento fosse un atto passivo. Qui ti diverti perché la battuta è autentica e ti colpisce all'improvviso come una schioppettata, che tu sia un dirigente o un ragioniere che si trova alla stazione di posta di Ponte Santa Lucia. E mentre te la ridi col filosofo che è stato commercialista a Milano o col ragazzo in tuta che gira il mondo coi suoi cinque computer in camera e organizza video conferenze commerciali tra imprenditori di ogni angolo del mondo e offre traduzione simultanea capace di concludere affari a diversi zeri, o col posatore fichissimo che spesso è su AD e che vive nella casetta di legno, ti arriva il profumo della porchetta di Claudio, o del panino col ciauscolo dei ragazzi rientrati dall'escursione col QUAD, o in bike, o a cavallo, o dal rafting, o dal trekking o i signori usciti presto per la cerca del tartufo. Il rito del panino con il rito del racconto.
   Quello che hai fatto diventa importante per tutti: chi è stato alle cascate, chi nel bosco, chi nel convento a 650 metri scavato tutto nella roccia oggi deserto di eremiti, perché non c'è fede o perché non c'è campo? Perché c'è fede solo nel campo, mi sentirei di dire, insomma tutti hanno bisogno di condividere e il filosofo fa notare senza alcuna supponenza particolari che loro, con le gambe buone, hanno appena guardato senza vedere, e lo ringraziano perché l'escursione si arricchisce nella condivisione. Mancano però la spa con trattamenti, sauna e un buon relax dopo le fatiche così ben pubblicizzate invece nei pacchetti di mete esotiche? No davvero. Accanto alla stazione di posta è possibile anche avere questo. Come si diceva prima, è un'Italia rimasta isolata solo abbastanza. Poco oltre invece, Casenove, Colfiorito, Camerino o Norcia diventa terra per i volontari e di tipicità acquistate per sostenere queste terre massacrate dal terremoto e pazienti ed educati cittadini italiani chiedono cortesemente di non essere dimenticati. Ma come fanno a dimenticarli se non li hanno mai conosciuti? Chi conosce Montefortino, il lago di Pilato, Montemonaco, Amandola, chi sa essere ancora se non un volontario, almeno un viaggiatore, un viaggiatore enogastronomico, uno che non confonde Marche e Abruzzo, uno capace di parlare e ascoltare e dare e ricevere tempo? Questa bulimia di spostarsi nasconde un'incapacità culturale e umana davvero seria. A volte si sta col filosofo in silenzio per ore, perché si è imparata la lezione di Josè Saramago, ne abbiamo avuto la capacità e il tempo per farlo, secondo il quale “ … è questo il difetto delle parole. Stabiliamo che non c’è altro mezzo d’intenderci e di spiegarci e finiamo con lo scoprire che restiamo a metà della spiegazione e così lontani dal comprenderci che sarebbe stato molto meglio lasciare agli occhi e al gesto il loro peso di silenzio … “
   Impariamo la libertà da chi semina cultura. Impariamo a tornare noi stessi e a conoscere davvero qualcosa e qualcuno, a ri-conoscere i sapori, quello dell'acqua ad esempio, che custodisce il segreto del buon pane e del buon caffè. L'acqua è un bene prezioso, ogni angolo d'Italia aveva la sua acqua miracolosa intorno al mille e ci insegnano a non barattarla con niente, perché niente è più prezioso in quanto è la vita stessa.
   Impariamo a non essere sotto ricatto da un immanentismo aggressivo, sterile ed egoista. Impegniamoci a lasciare pulito e sano a chi verrà e a educare l'uomo viaggiatore che sa vedere, ricordare, rispettare, capire davvero il gusto di essere per sé e l’altrui essere umano.

di Lorella Rotondi

domenica 18 giugno 2017

METTI UNA SERA A CENA ...

Metti una sera a cena ... con degustazione e anniversario di matrimonio
   Le cesane mi erano note attraverso la poesia di Umberto Piersanti. Sono il luogo, per me, dove le colline si spogliano e mostrano l'anima da cui escono i versi del grande poeta di Urbino. Ma se lasciamo le Marche, le cesane laziali si incontrano col loro passato vulcanico e cambiano nutrimento arricchendosi di componenti forti, ferrosi, che caratterizzano la poesia del vino che si produce nei cinque comuni del cesanese del piglio: Anagni, Acuto, Piglio , Paliano e Serrone nell’alta valle del Sacco. Siamo, dunque, nell'angolo più settentrionale della Ciociaria, tra le province di Roma e di Frosinone.
   Il cesanese è uno dei numerosi vitigni autoctoni del Lazio e richiede un'esperienza specifica sia per la coltivazione che per la vinificazione. Nel 1973 il cesanese del piglio ottiene il riconoscimento DOC e nel luglio 2008 è stato ufficialmente riconosciuto come DOCG.
Daniele De Ventura è un ambasciatore di questo vino e lo è di tutto rispetto non solo perché cugino dell'ottavo Re di Roma, Francesco Totti, condividono lo stesso nonno materno, ma perché Daniele è l'ideatore del noto Simposio che ogni anno si tiene a Roma in zona EUR, e che tanto ha fatto e fa per i viticoltori laziali e per i prodotti di altissima qualità italiana.
A Palazzo Rospigliosi Zagarolo, dunque, in ottobre si possono seguire i percorsi del Simposio, dove trovano vetrina e messa in dialogo le migliori aziende italiane dal vino all'olio, alla mortadella, riso, pasta: in altre parole … l'Italia della buona tavola! Niente di industriale e di produzione quantitativa può affiancare le scelte di Daniele che sono esclusivamente qualitative.
A Firenze, Daniele ha incontrato la maestria culinaria di Massimo che ha sposato il formaggio pecorino in tre diverse stagionature con gelatina cesanese, poi ha offerto un risotto al vino e mezzemaniche del pastificio Lagano alla gricia con caviale di cesanese, un peposo estivo a bassa temperatura al cesanese con contorno di stagione, quindi una millefoglie con cialde di biscotto, sempre al cesanese, con crema di ricotta.
Insomma, si può ben dire che il vino laziale ha incontrato l'arte della cucina toscana. Massimo e Marta, titolari dell'Osteria de L'Ortolano, si sono spostati accanto a quella che è stata la bottega d'ortolano dei genitori di Massimo sin dal 1962. Marta ha un podere a Torricella nella Valdelsa e i suoi, il sabato a Sovigliana, e il mercoledì a Empoli, ancora portano al mercato i buoni prodotti della loro fattoria.
Massimo e Marta, insieme, non solo hanno custodito il gusto per i sapori genuini e di alta qualità della terra, ma sono cresciuti in competenza enogastronomica nel tempo anche seguendo la Scuola di Arte Culinaria Cordon Bleu per diversi anni. Della vecchia bottega da ortolano all'ombra della Cupola del Brunelleschi resta l'attenzione per il prodotto e l'investimento in competenza nella selezione. E’ così che cercano le delicatezze di piccoli artigiani di mostarde, conserve, pastifici, produttori di riso, olio locale, vini nazionali di buono e ottimo livello. Sono loro stessi, invece, a produrre biscotti e dolci, oltre a qualche altra prelibatezza gastronomica. Massimo crea particolarità che decorano e danno sapore personale ai piatti, come ad esempio, la serie di caviale di succo fresco di pomodori oppure di vino. Il cliente trova questo caviale a decorazione e spezza fra i denti il piccolo ovulo da cui fuoriesce integro un sapore custodito come un gioiello. La natura qui si scrive con la lettera maiuscola, NATURA, proprio come Brunello e quando origine-identità hanno pari valore al prodotto e il valore commerciale non si dimentica, ma è subordinato alla qualità e alla salute e al buon vivere del cliente: direi che siamo in un'Osteria dal bel pensiero fiorentino dove la cultura si esprime anche a tavola secondo la migliore tradizione.
   Galeotto fu il Cesanese del Piglio per un incontro tutto toscano che è aperto ai buoni incontri come la norcineria e i prodotti caseari laziali arrivati col sorriso e la competenza di Daniele De Ventura.
   Galeotta fu la poesia delle Cesane di Urbino e l'inizio di una geografia del cuore per consolidare un'amicizia divenuta amore e che dura da anni: un anniversario di matrimonio pieno di sapori e di lieti pensieri e progetti …

di Lorella Rotondi

martedì 30 maggio 2017

SMALLHOME E LA PORCHETTA DEL DIVINO EUMEO

SmALLhome e la porchetta del divino Eumeo
   Entro l'estate del 2015 una palazzina a Santo Spirito avrebbe dovuto ospitare dieci padri separati e in difficoltà col lavoro. Il Comune di Firenze, in verità, ha potuto inaugurare i 250 metri di abitazione, fra spazi individuali e spazi comuni dove ospitare i figli nei giorni di assegnazione da parte del tribunale, solo qualche giorno fa . Al 16 maggio2015 le domande erano 30. L'Assessore al Sociale, Sara Funaro, già allora affermava che in difficoltà erano certamente di più “ … ma sappiamo che molti altri hanno timore anche solo a chiedere aiuto per paura che gli possano essere portati via i figli”.
Ci chiediamo, questi uomini che hanno “cambiato la geometria” dei loro vite, nolenti o volenti, dove si sono sistemati? Come si sono sistemati?
Questo libro, presentato a LA DISPENSA di Gregorio Parrini a Strada in Chianti, Firenze, ci dice che ci sono quattro milioni di famiglie “ monogenitoriali”, ma gli autori preferiscono parlare di smallfamilies,famiglie a geometria variabile. Il libro è dell'ottobre 2016 e nasce da un progetto-osservatorio a Milano del 2014 che intende “ orientare, informare, sostenere conoscere e tutelare i diritti dei genitori single e delle famiglie a geometria variabile, in particolare di chi vive in condizione di fragilità e isolamento”.
Il principio su cui fonda le basi l'Associazione è quello che “ … qualunque sia la sua composizione, ogni nucleo familiare ha dignità di famiglia … ”. I racconti sono di 35 adulti, l'ultimo di una donna ghanese che vive in una casa-famiglia a Roma con suo figlio di cinque anni, poi la parola degli adulti si zittisce per dare spazio a brevi pensieri dei bambini, dai 5 ai 10 anni. Risulta, per chi non lo sapesse ancora, che “I bambini ci guardano” e un noto film di De Sica ce lo dice dal 1943 e forse faremmo bene a ricordacelo più spesso, qualunque sia la nostra “geometria” sentimentale e familiare. Non dovremmo farlo per cambiare le nostre intenzioni di “geometrie”, ma per porci in ascolto e dialogo con i figli, per non attribuire loro dei “carichi”, per comprendere le loro paure e gli entusiasmi, a volte, con cui prendono questi cambiamenti radicali.
L'importante è cercare di non destabilizzarli: geometrie diverse sì, ma non in bilico, non su un punto di fragile convergenza come, ad esempio, uno spigolo di vetro . Ma la lettura di Maurizio Splendore, La pastiera in condomino, ha riportato il sorriso a tutti, lasciandoci intravvedere possibilità galeotte intorno alle bontà culinarie insieme a un capolavoro d'amore materno.
Allora è vero che l'amore, l'affetto, la sincerità sono il viatico che per primo fu dato a Ulisse rientrato a Itaca sotto mentite spoglie del soldato cretese disperso.
In altre parole, è il clima di accoglienza il solo in grado di rimarginare le ferite e a dare fiducia nella risoluzione felice per tutti: il saperci rimettere in dialogo. Continuando nel parallelismo con la figura omerica, Eumeo era sì “il divino porcaro“ di Ulisse, ma aveva pure sangue reale. Sicché la porchetta del nostro banchetto aveva le stesse “nobili” intenzioni: la gentilezza dell'accoglienza e della condivisione sorridente in una bellissima serata di primavera inoltrata.
   Tornando a Eumeo, c'è da dire che, figlio di un re siriano e con una sciagurata sorte, visse sempre felice con Laerte, Ulisse e Telemaco. Sappiamo che non ebbe né moglie né figli: fu felice forse per questo? Chissà! A ognuno la sua indole e la sua geometria, specie se nato dalla caleidoscopica mente dell'autore greco. Il porcile viene descritto con cura da Omero e forse vale la pena di ricordare questa antichissima struttura di allevamento che oggi dovrebbe essere, per qualità e ciclo naturale, un'aspirazione di molti nel settore, magari aggiungendoci il recupero delle biomasse imposto dagli accordi di Kyoto sino al 20% entro il 2020.
Si trattava di un recinto circolare, di nuovo le “geometrie” in campo! di pietre e dodici stalle di pali di legno, con seicento scrofe e trecentosessanta porci all'esterno liberi di pascolare. Tutta una serie di numeri perfetti dal significato simbolico e anche, se permettete, una gran bontà.
Inoltre, Eumeo accoglie Omero con generosità e gentilezza, provando empatia pur senza averlo riconosciuto e lo ospita “per timor di Zeus”. Ecco rivelata la forza del porcaro Eumeo: un ordine simboleggiato dai numeri perfetti che descrivono il suo allevamento e la gentile accoglienza di chi è in difficoltà per timor di Zeus sono l'emblema che egli vive in armonia con le leggi divine.
A noi, riuniti nel giardino di Gregorio, basterebbe l'osservazione delle leggi di questo mondo che parlano di dignità e di rispetto, basterebbe che i numeri, anche imperfetti e di geometrie variabili, godessero di autentica accoglienza e sostegno sociale, perché i figli sono un bene, un patrimonio di tutti noi e più questi crescono in armonia, ricordate? Il segreto di Eumeo era proprio l'armonia, più saranno giovani solidi e sicuri, creativi e costruttivi, parte integrante della storia che propone guerre diverse e anomale oggi, in una società che ha riconosciuto gli spazi giusti ai loro padri e madri e a loro contemporaneamente, perché promesse di uomini e donne che vogliamo in armonia.
   Intant,o pure il menu di Gregorio ha subito il fascino di geometrie e di richiami omerici: una straordinaria porchetta ha fatto la sua cilindrica comparsa da intera, accanto a circolari e triangolari crostini con sferiche mozzarelline di bufala su tondi pomodorini pachino, rettangolari porzioni di pizze calde innaffiate da birre artigianali o vini del Chianti. Per concludere, triangoli isoscele di ... pastiera napoletana che ci aveva accompagnato col suo profumo sin dalla lettura di Maurizio Splendore accanto agli straordinari Lilli e a Pierluigi Bacci.
AAVV, SmALLhome, a cura di Raethia Corsini e Laura Lombardi
Cinquesensieditore in Lucca, ISBN 978-88-97202-882

di Lorella Rotondi

mercoledì 24 maggio 2017

PROFUMI NELL'ARIA

Profumi nell'aria
In un giardino con Dispensa
   Accadono connubi che hanno sostanza e significato: quelli che ruotano intorno al piacere e alla bellezza sono i migliori. Secondo Freud, siamo nati con questo istinto, quello del piacere che è eros sin dal principio. E in principio il piacere, il godimento massimo per un infante è l'odore della madre di cui si percepisce prolungamento, il nutrimento che da lei proviene e il ciclo si conclude ... come sappiamo e il grande medico Ayurveda Dash, scomparso nel 2015, cui si rivolgeva anche la cantante Madonna, pare sia fondamentale. Già la scuola salernitana, comunque, recitava:
“Parce mero, coenato parum: non sit tibi
 vanum
Surgere post epulas: somnum fuge
 meridianum:
Non mictum retine, nec comprime fortiter
 anum.
Haec bene si serves, tu longo tempore vives
”

< Non esagerare col vino, né coi cibi; non ti dispiaccia.
Alzarti in piedi dopo mangiato: evita il riposino dopo pranzo.
Non trattenere l'orina, e non tenere serrato lo sfintere.
Se seguirai con cura questi consigli vivrai a lungo.>
Scuola Medica Salernitana, Flos Medicinae Salerni, vv.4-7
   Dobbiamo confessare che dopo le letture che si svolgono il lunedì a Strada in Chianti presso la Dispensa di Gregorio Parrini, raramente riusciamo a rispettare i dettami della Scuola Medica Salernitana. Fra i profumi del gelsomino ci siamo inebriati innanzitutto dei racconti di Pierluigi Bacci, “l'Origine”. Sono quindici racconti per quindici profumi. Storie vissute e storie sognate che riportano a odori e profumi significativi, personali e che si legano a quella parte eterna, benché effimera, di ognuno di noi. Niente, infatti, come i profumi hanno il potere di evocarci carezze e presenze, assenze dolorose che restano negli odori degli abiti, nelle pagine sfiorate.
Poi ci sono i profumi dei luoghi insieme visitati, le brezze nel vento, così d'improvviso.
A Firenze lavora un grande “ naso”, così si indicano i maestri profumieri, la Signora Rossella Gatti, che ha partecipato alla serata. Ci ha fatto comprendere quanto lavoro, competenza e professionalità, ci siano dietro all'estrazione , miscelazione, combinazione di un'essenza personalizzata che parte sempre dal profumo della nostra pelle che è una cifra unica: l'essenza si combina e fa del nostro odore un profumo, non modifica il “noi” per un “altro” generico e massificato. Non è nemmeno una questione di stile, ma di personalità e forse di anima.
   Il libro di Pierluigi Bacci è un elegante cartonato tascabile, proprio come tutto ciò che di prezioso abbiamo: il giaggiolo o iris fiorentino non potevano non essere citati. Ancora oggi rifornisce i maestri profumieri in Provenza e io, che vivo tra le cipressete toscane, gli ulivi verde-argento snelli così diversi da quelli liguri o pugliesi, e distese di lavanda e giaggioli oltre i vigneti onnipresenti, mi sento privilegiata fra tanti profumi capaci di spiritualità antica quanto l'origine dell'uomo o gli etruschi che cercarono di catturare i profumi della natura nelle prime bottigliette di vetro, i colori con lo zafferano, flettere la pietra ad arco col segreto dei numeri.
E’ così rassicurante la contemplazione delle buone radici che è il segreto per andare lontano con una sobria sicurezza e dignità. Forse queste serate sono il rinnovare un'identità. Cittadini della bellezza che si raggiunge per sentieri bianchi e personali, assai poco pubblicizzati, ma confidenze di nicchia, piccole case editrici per grandi temi, piccoli produttori per grandi vini profumati che hanno accompagnato l'apericena. Niente a che fare con le grandi distribuzioni: solo insalate degli orti a filiera cortissima, fiori edibili, asparagi selvaggi e frittatine con uova dei pollai di zona e galline che razzolano a terra, olio toscano da olivi le cui chiome curiamo a ogni risveglio, salumi di animali a cinta senese che sono ritratti in così tanti affreschi da stare pure in Chiesa. E poi il pane, il pane toscano, così sciocco per ossequio ai saporiti salumi, così sano da compiacere pure l'antica scuola salernitana. Serate incantevoli che aspettano sempre gli amici: la porta aperta e l'abbraccio festoso sono sempre qui per chi ha naso, gusto e cuore, perché altrimenti la bellezza implode o si disperde.
   Il romanzo Das Parfum - Die Geschichte eines Mörders di Patrick Süskind del 1985 e poi film nel 2006, era sempre nell'aria, durante la nostra conversazione letteraria, forse perché da allora non si è potuto più fare a meno di chiederci se il profumo sia davvero l'odore dell'anima e Grenouille afferma che senza odore non esistiamo. Sicché come dire di mangiare se il nostro cibo è spinto oggi dalle nuove normative a essere senza sapore, senza odore e i formaggi si possono fare senza latte?
   Pensiamo di non esistere senza a odori e senza sapori. Pensiamo che “senza” si perda l'umanità, e umanesimo.
Ma erano solo conversazioni in giardino, fra profumi della piena primavera toscana che lascia il passo all'inizio dell'estate, a sapori di nicchia antichi quanto le nostre rose e la nostra civiltà che tolse per prima la pena di morte, 1786, grazie all'austriaco Pietro Leopoldo così amato in Toscana ancora oggi, e che non l'ha più rintrodotta mascherata. Il nostro territorio è OGM free e Comune è presidio Slow Food, le nostre vigne non utilizzano pesticidi e a ogni filare, ai piedi dell'uva, un roso col suo profumo …

Lorella Rotondi