martedì 20 marzo 2018

CHIAMARSI TERRA NERA E NON SENTIRNE IL PESO


Chiamarsi Terra Nera e non sentirne il peso
   Se digitiamo su un motore di ricerca terranera compariranno una serie di località e di ristoranti italiani e non: dall’Abruzzo, nel cuore del Parco Nazionale, al Piemonte, al Grossetano a Santorini con un’eccellente offerta di “cibo in spiaggia” e lettini gratis sul mare.
Compare anche un documentario sul lavoro nero minorile.
Non compaiono invece le speranze di tre giovani, Beatrice, Alessio e Luca che hanno scommesso su Terra Nera a Ruòsina, sopra al forte, direzione Stazzema, ma a mezzo monte, dove la storia dell’eccidio c’è passato senza farci stazione, dove un po’ tutto inizia a scorrere verso il mare di cui ti arriva pure l’odore in certe notti di mareggiata.
Cosa offre Ruòsina? Il fresco rispetto alla costa quando affoga nella calura, perché i boschi e le montagne ci respirano addosso, quasi sulla strada provinciale, appena una spalletta oltre il torrente ripulito e bianco, coi sassi che ti dicono dei marmi pregiati poco distanti.
Ruòsina non è un buon punto di partenza: è un ottimo punto di arrivo, magari da cui partire, iniziare, ma ci approdi solo dopo giri lunghi intorno al mondo. In Australia, insomma, ci devi già essere stato e così a Parigi, devi aver visto tanti colori e annusato tante strade diverse per capire che la storia che c’è qui, buttata come un cencio, è una storia buona di gran fatica ed è un pezzo di Toscana di pregio.
Nel 1500-’600 qui c’erano miniere di carbone e ferro. Lungo il trasporto la terra si faceva nera, ma nera è pure quando fa buio ed è umido intorno. Quest’umido scopri, dopo giri ampi e ricchi di incontri, che è carico di profumi e di fermenti genuini. Così Angelo Cinquini, Luca Cinquini, Alessio Casti Lebiu e Beatrice Cinquini hanno scommesso di poter raccontare la storia di questo pezzetto di Toscana nel loro circolo culturale e ricreativo che hanno chiamato Terra Nera, senza sentirne il peso, ma piuttosto il profumo. Qui ospitano artisti diversi: fotografi, pittori, scultori, poeti, narratori, musicisti, fantasisti, registi, attori … capaci di narrarsi, ma anche di saper ascoltare la storia carbonara di Terra Nera e di Ruòsina, dove carbonara sta per “storia segreta”, un po’ nascosta, ma già ci dice pure dell’altra passione della brigata Cinquini-Casti Lebiu: la cucina. L’intento principale è quello di mettere a tavola i buoni prodotti locali, freschi e a filiera corta. Il pane che lavorano per i loro clienti rende “dipendenti”: Beatrice è veramente brava, ma anche il forno a legna fa la sua parte. Poi i cantuccini e tartufi alla pasta di mandorle e il cocco avvolto nel cioccolato di Agliana sono un altro rimedio contro insonnia e depressione da accompagnare a un buon vin santo o,  semplicemente, a un ottimo caffè, tutto preparato da Beatrice. Particolari le carni locali trattate alla sarda alla maniera di Alessio, chef già in un bellissimo resort sardo (Forte Village), capace di mantenere un gusto diverso, gradevole e fresco, molto naturale. Le pizze di Luca fanno serata: farine di qualità e prodotti genuini oltre al forno a legna sono il segreto della riuscita. Ai tavoli il garbo di Angelo e di Beatrice, la bella figlia che ha conosciuto anni parigini con gli ordini con l’erre francese, si fanno prossimi alle richieste dei clienti, ventisette e non di più alla volta, cercando di capire cosa sarà meglio offrire della loro Terra Nera, quale segreto rivelare, quale storia lasciare sospesa per la prossima volta, mentre arriva lontano l’eco del mare, vicinissimo il profumo dei quercioli e dell’acqua dolce sui sassi aguzzi del torrente.
Intanto Alessio pensa un altro primo e un altro secondo di stagione con le giardiniere croccanti preparate da loro e i funghi che nasceranno al primo sole dopo l’acqua, gli asparagi selvatici e le uova fresche per tirare la pasta e tagliarci nastroni da sposare al cinghiale in bianco, ma anche al tartufo non guasta la storia.
Certo ci piacerebbe ci fosse lo spazio per riporre qualche gioco da tavolo, farne un po’ una ruzzoteca, per dirla con gli amici livornesi, nel primo pomeriggio, con centrifughe, caffè, thè e tisane delle Terza Luna, magari!, assolutamente ineguagliabile quella alla seta. Ci piacerebbe della pasticceria da colazione al mattino con latte e caffè alla maniera familiare o del pane casalingo e marmellata fatta da loro con le more prepotenti di settembre e le fragole di bosco che già accennano a farsi . Questo è un circolo che si chiama Terra Nera ma che fa un gran cerchio azzurro in cui trovarsi a ogni ora a parlare come a stare in silenzio, a trovarsi, come a rincontrare se stessi scrivendo e dipingendo in laboratori artistici e dove, sempre e comunque, gustare buone piccole cose sane e fresche come la vera felicità.
di Lorella Rotondi

lunedì 19 marzo 2018

UN SAN VALENTINO ESCLUSIVO?


Un San Valentino esclusivo?
Un San Valentino a I’RitroVino di Caino
   Al civico 67 di Via di Burello, località Torre a Ficecchio in provincia di Firenze, ci sono Simona e Simone col personale Bar- Alimentari- Enoteca.
Simone, in verità, è un geometra, porta qui a vivere tre anni fa la sua giovane compagna dopo un’attenta ristrutturazione che prevede abitazione ed esercizio. Simona gli ha rivelato di voler cambiare lavoro e si stava guardando intorno, quando il Simonepensiero risolve definitivamente ogni dubbio a entrambi. Così dall’incontro e dall’amore nasce un’unione vincente, un nido di vita e di lavoro. Simone ogni giorno si reca allo studio e Simona scende la scala e “apre bottega”: le colazioni, le ricariche del telefono, poi i panini, qualche, fortunatissimo!, avventore a pranzo in inverno, molti in primavera e in estate nell’ampio giardino dove si organizzano anche serate a tema. Il pomeriggio è aperto dalle 16,30 alle 20,00
I prodotti e la cucina sono solo di alta qualità e quindi, bontà garantita: cantina assortita di vini toscani e abbiamo apprezzato in particolare “Puro” un chianti senza solfiti aggiunti della fattoria Lavacchio, prodotto per hobby da una signora che di mestiere fa il chirurgo, ma anche dell’ottimo vino!
Al banco c’è una ricca selezione di formaggi e salumi straordinari. Il tagliere diventa intricante, associando il formaggio al tartufo, il cacio fresco di Lucca con il miele di sulla o la salsa di finocchietto selvaggio e la burratina campana o la mozzarella di bufala, il formaggio stagionato in grotta e il prosciutto cenerino, la finocchiona. Farà da protagonista , per chi se ne intende davvero, una soppressata così fine nel gusto ingentilito dalla fragranza agrumata che difficilmente se ne trova ancora. In cucina i piatti sono preparati con professionalità e accuratezza dal team familiare e si mangiano i piatti di un tempo e di stagione. Quando, viaggiando, ci siamo trovati a gustare qualcosa a I’RitroVino, erano impegnati per il catering in commemorazione del grande pittore e scultore Arturo Carmassi che a Torre ha trascorso gli ultimi anni della sua vita e nella sua abitazione-laboratorio sono conservate opere e archivio. Ricordo di aver visto una sua mostra a Ferrara, a Palazzo dei Diamanti nel 1977: io giovanissima e lui un gigante indimenticabile!
Un piccolo viaggio ci ha condotto in un nido d’amore e di sapori e di saperi. Perché non progettare qui il pranzo di San Valentino? Certo solo per i più fortunati, poiché i tavoli sono solo quattro e posti nell’antica stalla con ancora la mangiatoia e la pendenza per lo scolo. Pensiamo possa essere di buon auspicio, visto la gioia e il clima sereno che si respira in questa botteghina accanto al vecchio appaltino di cui ha ereditato le incombenze e allo studio artistico del grande Arturo Carmassi.
Da non perdere una piacevole sosta qui, nella casa rosa di Simona e Simone, telefonando alla gentilissima signora Bartolomei al 338/3205855.
Presenti su Facebook e Sito I’RitroVino di Caino.
E’ passato San Valentino? L’è sempre un gran bel … ritrovino!!!
di Lorella Rotondi

venerdì 2 marzo 2018

VINI DOCG E DOC DEI COLLI BOLOGNESI


VINI DOCG E DOC DEI COLLI BOLOGNESI
Prezioso scrigno di qualità e piacevolezza
   Quando i romani, circa due secoli prima della nascita di Cristo, sottomisero e unificarono sotto il segno della lupa i territori abitati dalle irrequiete tribù dei galli boi, avevano probabilmente mille motivi per farlo, non esclusi quelli legati alle ricchezze agricole di tali zone.
I filari di vite erano maritati ad alberi vivi, secondo l’uso introdotto dagli etruschi e sviluppato successivamente dai galli. Tale metodo infatti, lo si chiama “arbustum gallicum”, particolarmente adatto non solo alle terre basse e umide della pianura, ma soprattutto si era incrementato notevolmente sulla zona collinare. Nella maggioranza dei casi erano gli ulivi, che in queste colline avevano trovato un ambiente favorevole al suo sviluppo, tant’è che dopo oltre venti secoli, in alcune aree, tale coltivazione è ancora viva e in netta ripresa.
E’ accertato che da tali terreni, soprattutto quelli collinari posti a sud di Bononia, i nostri antenati latini producessero vini che li appassionarono moltissimo!
Le terre dell’agro bononiense erano coltivate dai veterani di tante campagne militari in tutto il mondo allora conosciuto, per cui la bevanda bacchica era palesemente bevuta, gustata e apprezzata!
Plinio il Vecchio, I° sec dC, nel capitolo “Ego sum pinus laeto” tratto dalla monumentale opera di agronomia “Naturalis historia”, enuncia che in “ … apicis collibus bononiensis … ” vi si produceva un vino frizzante e albano, cioè biondo, molto particolare ma non abbastanza dolce per essere piacevole e quindi non apprezzato, poiché è risaputo che durante l’epoca imperiale era gradito il vino dolcissimo, speziato e aromatizzato con innumerevoli essenze, inoltre, sempre molto “maturo” in quanto i vini giovani non erano in grado di soddisfare i pretenziosi palati della nobiltà. Erano trascorsi poco meno di tre secoli dalla conquista romana, 179 aC, che il vino era radicalmente mutato, ma non le qualità e caratteristiche uniche di tale nettare.
   Dalla caduta del Sacro Romano Impero d’Occidente, 476 dC, fino ai secc XI° e XII°, per l’umanità del vecchio continente, è stato un periodo decisamente buio e cupo, però l’essere umano nelle ricchezza dell’inventiva e miglioramenti, stava progredendo con passi sempre più rapidi e decisi all’indirizzo di quella evoluzione sociale certamente complessa e difficile, ma sicuramente ricca e desiderata, in ogni settore di vita.
E’ unanimemente riconosciuto alla Chiesa il merito di aver difeso la coltivazione della vite.
Fu l’imperatore Costantino il Grande nel III° sec dC a stabilire che il cristianesimo divenisse la religione di stato abiurando quella dell’idolatria professata fino ad allora.
Con l’eucarestia, quando Cristo durante l’ultima cena trasmette il suo pensiero agli apostoli “ … questo è il mio sangue offerto per la salvezza dell’umanità … ”, ebbene, quel vino contenuto nella coppa ne rappresenterà l’essenza interiore.
   All’interno delle massicce e sicure mura di conventi e abbazie, la vite è coltivata per ottenere quel vino simbolo di religiosità e continuità di fede, in considerazione delle innumerevoli invasioni barbariche che stavano travolgendo l’Enotria Tellus, poiché anticamente così era apprezzata e chiamata l’Italia.
Tra situazioni alterne, si arriva al VII° sec in cui si verifica un momento determinante per il futuro dell’agricoltura e del vino. Nel 612 a Bobbio, nella solitudine dell’appennino piacentino, si stabilì, proveniente dalla natia Irlanda, San Colombano, fondandovi il celebre monastero. La tradizione tramanda che per essere accettati e divenire monaci, oltre alla fede, il novizio doveva avere nozioni di “agricoltura”. Il nostro priore mandava i confratelli a diffondere non solo la voce della cristianità ma anche quella della coltura, coltivazione e ripristino agreste delle campagne devastate dalle incursioni dei briganti.
E’ certo che gli antichi progenitori latini non avrebbero scomodato Bacco o, ancora precedentemente il Dionysos dei greci, per cui anche San Colombano nella sacralità rappresentata dal vino, se non che, unanimemente, avessero intuito che questo nettare per gli uomini aveva in sé una molteplice potenzialità: rimedio alle fatiche, edonistico e spirituale, in contrasto con quella del veleno!
Fin dai tempi antichi il vino ha avuto appassionati fautori e acerrimi nemici.
Ippocrate, padre della medicina, lo considerava un ottimo medicamento utile a migliorare le funzioni dell’apparato digerente e quelle della psiche!
Altri importanti dotti ne enunciavano le rare e salvatrici peculiarità: Asclepiade, San Paolo, Platone e a Cicerone, che la tradizione ne attribuisce “l’invenzione” dell’etimologia del nome, in quanto si vuole che vino derivi contemporaneamente da VIR-uomo e SIS-forza, per cui ecco il latino “vinum”.
Anche se il grappolo d’uva è il simbolo dell’unione, dell’amicizia e il calice quello della festa conviviale, il vino ha trovato nei secoli anche medici illustri ed irriducibili che lo contestavano e altri che lo vietavano: in ambedue i casi, con atteggiamenti pregiudiziali e senza alcuna conoscenza degli effetti sugli organi. Lo sviluppo delle conoscenze mediche chiarì negli anni gli effetti benefici e dannosi dell’alcol sul nostro organismo.
Gli scritti medici riguardano sempre gli effetti nocivi delle dosi eccessive, confondendo così le azioni del vino con quelle dell’abuso alcolico e della dipendenza che esso può dare e trascurando, quasi sempre, un fattore importante: il vino non contiene solamente alcol, ma centinaia di altre sostanze che interagiscono coi diversi apparati del corpo umano, principalmente col cuore e coi vasi sanguigni e il resveratrolo con i benefici che apporta, scoperto qualche anno addietro, ne è la conferma.
   Riprendendo il cammino alla ricerca di tracce che ci possano condurre ai vini che oggi degustiamo, ci imbattiamo nelle biografie dell’operosità di tali monaci-agresti che sono giunte fino ai giorni nostri, in cui si menzionano i notevoli impulsi dati per lo sviluppo della vite.
Si sparsero in tutte le regioni italiane e nel migrare verificarono che sulle colline bolognesi si produceva un buon vinello dorato e mordace, appunto frizzante.
- OMNIA ALLA VINA IN BONITATE EXCEDIR - decisamente “ … un vino superiore per bontà a tutti gli altri … ” e bevuto non solo durante le pratiche liturgiche, ma anche con gioia alla tavola del nobile e del volgo, ottenuto da uve conosciute e apprezzate come pignole!
I secoli che da allora sono trascorsi per giungere fino ai giorni nostri, sono stati indiscussi testimoni di innumerevoli fatti e citazioni riguardanti i vini delle nostre splendide colline bolognesi.
   Nel 1300, Pier de’ Crescenzi, nel più importante trattato di agronomia medievale “Ruralium commordorum - libro XII”, descriveva le caratteristiche organolettiche del “pignoletto” che si beveva allora, in quanto il vino, oltre che maggiormente prodotto, era quello più gradito per piacevolezza e per la vivace e dorata spuma.
   Agostino Gallo ne “Le venti giornate dell’agricoltura” del 1567, sollecitava di piantare le uve pignole in quanto per la notevole produzione, permetteva un florido commercio perché sempre ricercate.
Medico e botanico di Papa Sisto V°, il Bacci, nel personale trattato del 1596 “De naturalis vinarium historia de vitis italiane”, asseriva le “ … rare et optime … ” qualità intrinseche dell’uva pignola.
Così pure Soderini, noto agronomo fiorentino, sempre in quegli anni, ne confermava le caratteristiche.
Il Trinci, 1726, pone in evidenzia le caratteristiche di tale vitigno: l’odierno pignoletto si riscontra nella sua quasi totalità di tali affermazioni, per non dire che sono le medesime.
Ulteriori conferme sono riportate nel “Bullettino Ampelograficho” del 1881, in cui è nominata l’uva pignola prodotta nelle colline poste a sud dell’urbe di Bologna, la cui assomiglianza con l’attuale produzione è stupefacente, e non lascia più adito ad altri dubbi di sorti.
   Il pignoletto, attraverso vari appellativi e caratteristiche mutate al solo evolversi del tempo, lo ritroviamo oggi con gli stessi principi organolettici di allora: un vino unico e ricco di peculiarità.
Recenti ed approfondite ricerche ampelografiche, hanno posto in evidenza definitivamente che il vitigno da cui si produce il nostro pignoletto, non è altro che l’umbro “GRECHETTO GENTILE”. Pertanto, il vino si può e si deve continuare a chiamarlo PIGNOLETTO DOCG, ma il vitigno da cui si produce è, appunto, il grechetto gentile.
E’ risaputo che tale vino è considerato il “Re dei Colli Bolognesi”, ma anche le altre dorate tipologie enoiche prodotte in questi fazzoletti di terra collinare quali pinot bianco, riesling italico, sauvignon, chardonnay, bianco bologna, nelle molteplici vesti di tranquilli, frizzanti o spumanti e altrettanto per la sanguigna barbera ed i rubini merlot, cabernet sauvignon e rosso bologna, sono vini decisamente esclusivi, tipici e caratteristici e sottoposti al disciplinare ministeriale della DOC che ne salvaguardia le qualità per un consumatore sempre più attento ed esigente, onorando così un detto della Bologna godereccia, il cui anonimo autore di due secoli fa, ne era senz’altro un estimatore:
“A tavola c’è silenzio quando si mangia bene ma si beve male!”

martedì 12 dicembre 2017

NUTRIZIONE O NUTRIZIONISMO

NUTRIZIONE O NUTRIZIONISMO?
   Parlare di nutrizione significa, anzitutto, narrare dell’uomo, dalla sua crescita e delle personali e intrinseche relazioni, in quanto non può esistere un’attività umana che non tenga presente del cibo o bevande, delle relative modalità e tempi di preparazione, somministrazione e assunzione.
Quando si enunciano dei gusti o scegliamo un cibo anziché un altro, stiamo comunicando una personale visione del mondo come lo gradiremmo, ma soprattutto di come lo stiamo vivendo: in altre parole, il cibo è parte attiva del nostro vivere sociale. Il desinare tutti insieme è stata, probabilmente, la primordiale forma di socialità che l’uomo abbia attuato nel percorso evolutivo, del resto, anche in molti mammiferi si può osservare il medesimo comportamento.
   Attualmente, e sempre maggiormente, è presente un uso non alimentare del cibo, cioè un esercizio che lo si può definire “simbolico”. Ecco utilizzare il cibo per migliorare il proprio aspetto, acquistare forza fisica, dimagrire o ingrassare, per cui l’atto di mangiare è l’obiettivo a sé stante e quindi scorretto: è l’inopportuno strumento per sentirsi più o meno in sintonia con se stesso e con la comunità in cui si vive.
Innumerevoli volte il cibo ricopre significati particolari secondo il personale stato d’animo di ognuno di noi.
Sono noti alcuni alimenti specifici che si mangiano per provare euforia o placare stati d’ansia.
- I cibi, ma soprattutto le bevande vietate ai bambini quali vino, birra, super alcolici e il caffè, da sempre hanno rappresentato nella loro assunzione, un momento di forza e coraggio, particolarmente quando sono consumati in gruppo.
- La cioccolata e i dolci in genere, si assumono quando sentiamo il bisogno di essere consolati o coccolati o addirittura a seguito di una delusione subita.
- Il latte, fondamentale ruolo di alimento-sicurezza e rassicurazione, in quanto il primo alimento che nascendo, ne siamo entrati in contatto.
Tutto questo pone in evidenza il cibo nella sua funzione sociale, per cui esistono alimenti gradevoli da mangiare, ma anche buoni per sentirsi ottimamente con gli altri e con se stessi.
E’ risaputo che la bocca è il primo e indispensabile “strumento” per la conoscenza del mondo, in quanto il primo atto che ognuno di noi ha compiuto, uscendo dal protettivo grembo materno, è stato quello di cercare subito e disperatamente, cibo e rassicurazione: l’allattamento al seno ha rappresentato il primario strumento per la conoscenza del mondo. Successivamente, anche il portare alla bocca qualunque oggetto che ci capitava a tiro, è stato il mezzo istintivo e forte per metterci in “relazione” col mondo che ci circondava.
Anche quando da neonati eravamo insoddisfatti per un qualcosa che o non ci veniva dato o non piaceva, il gesto spontaneo delle mamme è sempre stato quello di soddisfarci e tranquillizzarci con l’allattamento: da questo attimo magico, tutto il mondo intorno a noi diveniva paradisiaco e in equilibrio con noi stessi in quanto tutto si placava e la sensazione di sazietà era perfetta!
Se ne deduce che la bocca è il sito in cui si celebra l’unione del mangiare col parlare, per cui ciò che passa attraverso la bocca stessa sono sensazioni (piacere), sazietà (completezza) e la parola (conoscenza).
Ma il cibo, e tutto ciò che lo circonda nell’ambito dell’alimentazione, ci permette di comprendere che è un vivo e basilare monito nei rapporti familiari, poiché è in tale cerchia domestica che si apprendono le innumerevoli modalità di nutrirsi e al modo di assunzione del cibo stesso che si inizia un dialogo e a creare specifici rapporti col mondo che ci circonda: l’accettare o rifiutare un cibo ci permette di comprendere, inequivocabilmente, che si vuole comunicare qualcosa.
   Il periodo adolescenziale pone in risalto la capacità di rifiutare totalmente il cibo o, nel peggior dei casi, assumerne grandi quantità, può divenire una circostanza particolare di eccesso emotivo in risposta a situazioni di stress vissuto o di ansia percepita all’interno del nucleo familiare. In individui introversi e chiusi con se stessi, facilita l’impossibilità di “usare” la bocca onde poter esprimere con la parola i propri conflitti interiori con i genitori o coetanei, per cui può condurre a usare la bocca stessa per esprimere tramite il cibo tale incapacità comunicativa.
Le gravissime conseguenze a cui tali comportamenti possono portare, oggigiorno sono sotto gli occhi del cosiddetto mondo moderno e sviluppato: obesità e bulimia, per quanto concerne l’ingerimento smodato e incontrollabile di cibo con successivo vomito auto-controllato, e l’anoressia, situazione diametralmente opposta, cioè il sistematico rifiuto del cibo, che oggi sono delle gravissime patologie in costante aumento particolarmente, appunto, durante il periodo adolescenziale, perciò sono facilmente preda di ciò se non seguiti e controllati con estrema attenzione da parte della famiglia. Purtroppo, sempre maggiormente, si assiste a un modello estremamente permissivo, e remissivo, da parte delle famiglie stesse nei confronti dell’educazione alimentare dei propri figli. A tale riguardo, non sono di assoluto aiuto, anzi, completamente negativi, i media che ci bombardano con inusitata pubblicità di modelli e stili di vita in cui il cibo è dato troppo rapidamente a scapito dello spazio della convivialità e conversazione, a favore di un’ossessiva rappresentazione di modelli di estrema magrezza femminile e di maschietti troppo palestrati e perché no … anche un po’ tonti!!
   In ogni dove sentiamo parlare e ne siamo costantemente ossessionati dai mass-media che divulgano diete e “miracolosi” regimi alimentari, di calorie e di impeccabile forma fisica, ma soprattutto di prodotti dietetici, poiché nel nostro paese sono spesi milioni di euro per l’acquisto di questi elisir di lunga vita, che si possono definire “scorciatoie” per un ipotetico e ottimale risultato: per chi li utilizza, non sempre, ma certamente grandi interessi per chi li produce e diffonde.
La comunicazione che il consumatore riceve con il prodotto dietetico è un’ipotetica certezza in cui bellezza, forma fisica, vigore ed eterna salute, sono legate a clausole restrittive quali “Ti devi conformare a questa società in cui è l’estetica a farla da padrone, per cui se non ti adeguerai sarai immancabilmente escluso e considerato un reietto”.
Da ciò se ne deduce che forma fisica e il piacere gustativo del cibo diventano immancabilmente inconciliabili, il piacere diventa illecito e ogni volta che si mangia si è presi dall’angoscia di fare qualcosa di sbagliato per se stessi.
Ma allora, come possiamo diventare degli accorti consumatori capaci di alimentarci correttamente?
In pratica, possono esserci tre punti fondamentali che ci vengono in aiuto:
- 1 - Individuare il personale e corretto profilo alimentare a seconda l’attività svolta, età e di eventuali alterazioni del metabolismo e patologie;
- 2 - Assumere gli alimenti, cioè mangiare con un appetito “fisico” e non “psichico”: il digiunare o il mangiare con ingordigia sono inequivocabili segnali di squilibrio comportamentale da evitare assolutamente;
- 3 - Valutare sempre attentamente i messaggi pubblicitari, in quanto non sempre ciò che è ottimo per il palato fa bene alla salute in considerazione del proliferarsi sempre più di intolleranze e allergie.

   Si può concludere affermando che l’alimentazione è un processo fortemente educativo che consente la conoscenza di sé, degli altri e del mondo che ci circonda. Una persona che si nutre e alimenta correttamente sapendo ciò che gli può essere utile o dannoso, è decisamente un individuo che vive in armonia la propria vita, in quanto ha pienamente compreso che l’alimentazione deve essere vista e considerata come valori per la crescita complessiva di sé e non solo come riempimento della ”pancia”.

lunedì 13 novembre 2017

TESTIMONIANZE DAL PASSATO DELLA CIVILTA' CONTADINA DELL'APPENNINO TOSCO-EMILIANO

TESTIMONIANZE DAL PASSATO DELLA CIVILTÀ CONTADINA NELL’APPENNINO
TOSCO-EMILIANO
   A causa delle scarse infrastrutture e della tipologia stessa del territorio, l’appennino Tosco-Emiliano ha conservato più a lungo rispetto di altre zone, alcune caratteristiche tipiche della cosiddetta civiltà contadina, una situazione sociale, economica e culturale che riporta alla mente condizioni di vita che già nel 1950 in tanti luoghi avevano dimenticato ed abandonato a favore di usi e costumi più moderni, favoriti soprattutto da tecnologia e consumismo.
Gli abitanti di queste aspre ed a volte inospitali montagne, isolati e con scarsi mezzi di comunicazione, hanno preservato stili di vita più poveri e con valori decisamente diversi rispetto alle zone più industrializzate.
Nella zona di Pian del Voglio, prime propaggini dell’appennino, su cui verte la presente stesura, molte terre appartenevano alla famiglia nobiliare dei Conti Ranuzzi De’ Bianchi, possedimenti che erano gestiti da fattori e coltivati da intere famiglie di contadini e mezzadri, in base a contratti agrari tipicamente feudale e speculativi. Altri terreni appartenevano a famiglie, i primi imprenditori, che erano riusciti faticosamente ad acquistarli dai Conti.
   L’economia del periodo, secondo dopoguerra fino alla fine degli ’50, quando i lavori di costruzione dell’autostrada A1 hanno portato sostanziali cambiamenti nell’economia e nella vita di tutti i giorni nell’ambito locale, era prevalentemente agricolo. Il commercio era decisamente scarso, il denaro contante non era abbondante e ne comune mentre il poco che c’era serviva per pagare le tasse: le famiglie e le comunità cercavano di essere autosufficienti utilizzando maggiormente le modalità dei baratti che avvenivano con i prodotti della terra, in quanto beni di sopravvivenza.
   L’economia della famiglia, o meglio, la sua sopravvivenza, era basata su ciò che si riusciva a produrre. La principale fonte di sostentamento era il bestiame, in quanto forniva carne e latte: la quantità di capi bovini presenti nella stalla, rifletteva il “benestare” dei proprietari. Le terre dovevano essere coltivate in funzione degli animali, poiché solo una minima parte del raccolto era destinata al consumo umano. Gli animali potevano lavorare nei campi alleviando così le fatiche di un’agricoltura esclusivamente manuale. I buoi erano simbolo di grande ricchezza, poiché lavoravano, ma non rendevano in termini di alimentazione, mentre gli asini, che erano alla portata di pochi privilegiati, risparmiavano le fatiche del trasporto dei cereali e della farina da casa al mulino e viceversa, compito prettamente femminile; i rari cavalli, simbolo del potere e nobiltà, erano utilizzati esclusivamente dal fattore quando passava a controllare le terre e l’operato dei mezzadri.
Le uova, conservate scrupolosamente durante l’inverno quando le galline smettevano di produrle, erano una preziosa risorta, come le galline stesse che venivano uccise solo in occasioni speciali, a esempio, dopo un parto, per rimettere in forza la puerpera.
Il rispetto dell’ambiente era prioritario e assoluto: la terra era l’unica fonte di sostentamento, in quanto forniva tutto il necessario come cibo, calore, casa, vestiti, e pertanto andava tenuta in grande considerazione, rispetto e trattata con tutte le cure possibili.
   Si è portati a pensare che tale tipo di economia alquanto “chiusa” e la relativa vita frugale e travagliata che ne derivava, abbia immancabilmente indirizzato le persone ad una situazione di chiusura, di reciproca diffidenza e di invidia: in effetti non è stato assolutamente così, anzi! Proprio in questi periodi di scarsa ricchezza, di immani fatiche, alcuni valori fondamentali della vita quali la famiglia, l’amicizia, la solidarietà ed il reciproco rispetto, hanno trovato la massima espressione nell’aiutarsi e condividere quel poco che si aveva. Le famiglie e le comunità lavoravano insieme e si aiutavano vicendevolmente, sia nel lavoro che nella vita di tutti i giorni. I momenti del raccolto erano attimi di aggregazione sociale, in quanto si lavorava volentieri e si stava in compagnia. Quando si “spannocchiava” il granturco era una festa collettiva con musica, canti, balli e racconti. Se una donna era a lavorare nei campi e il neonato a casa doveva essere allattato e accudito, poteva rivolgersi a una vicina. Se c’era necessità di mano d’opera per una qualunque riparazione, tutti gli uomini erano disponibili: poiché non vi erano grandi possibilità e vie di comunicazione, ma proprio perché la strada era una sola, tutto ciò che avveniva era sotto gli occhi di tutti che quando passava il dottore, si sapeva che qualcuno stava male e, peggio ancora, se passava il prete, qualcuno stava morendo! Vi era una grande vicinanza delle persone e una partecipazione comune e tanta, tanta compassione.
   Valori, questi, che nella società attuale dopo appena cinquant’anni, non sono più all’ordine del giorno, in una cultura che privilegia l’individuo e non facilita l’aggregazione, ma favorisce la forma rispetto alla sostanza, dove la ricchezza viene idolatrata ed il consumismo regna sovrano.
Personalmente, trovo difficile immedesimarmi in questo stile di vita passato, che è lontano dal vivere mio e dei miei coetanei, eppure si parla solo di qualche decennio fa, uno spaccato di vita vissuto dalle precedenti generazioni. Mi pare incredibile il guardare indietro nei tempi e vedere come sia cambiato il mondo in pochi anni, quante situazioni siano state dimenticate o vadano irrimediabilmente perdute. Di tutto ciò posso comprendere l’importanza delle testimonianze, la storia “viva”, “reale”, un pezzo di vita che ci ha condotti fino qui.
Ho cercato di raccogliere quante più testimonianze locali per conservare un pezzetto di storia che, personalmente, sento particolarmente vicino: testimonianze dirette di persone che hanno vissuto la storia di questi luoghi e che l’hanno tramandata.
Sono irrilevanti alcuni aneddoti, a volte divertenti e a volte malinconici, che fanno ridere o piangere, ma stupiscono sempre in quanto sono momenti vissuti.

   Mi rincresce accorgermi che le ultime generazioni non prestino alcuna attenzione al passato, alle testimonianze e all’esperienza che immancabilmente si riceve dai nostri predecessori, soprattutto quando il loro vissuto è ancora così vicino a noi: ebbene, questi valori non possono essere tramandati come semplici notizie, vanno vissuti e un giorno diventeranno storia …

domenica 20 agosto 2017

ONORA IL PADRE E LA MADRE CON ZEST

Onora il padre e la madre con Zest
   Il trovatore Donato Loscalzo nella poesia “Magnagrecia” racchiude in modo esemplare in uno sguardo lirico il Metaponto e il senso delle radici.
Ho imparato a perdermi negli anni
tra i balzi del Pollino verso il mare
un vortice di monti e foreste che si aprono alla terrazza di Ponente
il sole che mi cerca e io cerco
tra ombrosi precipizi di caverne
ha il sapore delle olive del grano
delle propaggini del giorno
che scalano le pietre ancora vive.
Proprio qui il mare è una scommessa:
la lingua dei greci, l' approdo di conquiste
i fuochi di Bisanzio
le pietre lavorare dai Borbone, respiro ancora la bellezza del mattino
nel dissolversi mistico dei numeri,
e il teorema ancora non risolve il destino dell'anima mortale
qui mi perdo confuso nei tramonti
perché la linea d'orizzonti
ora indovino tra cielo e mare o indistinti nell' abbraccio
e apro così il mio balcone
pronto a regalare a questa terra
che silente ancora mi accompagna
la certezza di riavermi ancora nuovo.
   Credo non si possa esprimere meglio il sentimento di amore per questa terra, la sua nobile e antica origine, il sapore diverso, “ … un vortice di monti e foreste / … / tra ombrosi precipizi di caverne …”. È difficile “onorare il padre e la madre” e le proprie radici fino a provarne il senso profondo, a farne quasi un sapore in bocca, uno sguardo che sa coniugare ieri e oggi come ha fatto il poeta che trova, anzi, una spinta dal passato, per avere la certezza di tornare a farsi sempre nuovo pur rinnovando un patto di appartenenza.
   Accade di pensare a tutto questo ascoltando i commenti dei giovani fuori da una piccola ferrovia silenziosa e quasi abbandonata nei suoi quattro binari. Viene paragonata con violenza e sdegno alle magnifiche stazioni delle grandi città e mentre sembra che perda, quella stazione vince nel paragone, vince non solo nella prepotenza dei giovani, vince e basta! Vince perché da stazioni così sono partiti le madri e i padri di quei ragazzi della grande città, vince perché in quel silenzio ferroviario c' è l'onestà di un viaggio che è stato e che torna a essere, vince perché nelle ferrovie fattesi silenzio a Parigi e a Firenze ora si fa cultura, si fa museo di un passato che è glorioso solo quando il presente è ancora onorevole, proprio come dice il poeta Loscalzo con quel “ … uomo nuovo … ” degno di leggere il passato bizantino e borbonico della pietra. Eppure, davanti a quella piccola e silenziosa stazioncina dei giovani usciti dall'alberghiero di Potenza nel 2006, danno la risposta giusta e piena di consapevolezza al saper “onorare il padre e la madre” attraverso “il sapore delle olive, del grano” e lo fanno con gusto. “Zest”, gusto, infatti il nome del locale che è un impegno con i clienti e un patto con i fornitori.
Ci dice Michelangelo Ranauda, che con la fidanzata Rossella in sala e Luciano Cerone con lui in cucina, mandano avanti il locale inaugurato il 22 dicembre scorso, che tutto è a km Ø e che personalmente conosce i piccoli fornitori locali quando non produce personalmente nell’azienda di famiglia. Al “sapore delle olive, del grano” aggiunge quelle dell'orto e del sole, del lievito di birra e delle 48 h di lievitazione, quello dei pomodori locali e non trattati, i sott’olio di monte Scaglioso, i latticini e podolica di Ruoti-Baragiano-Tito, i cardoncelli di Bella, la biopasta fresca di Tito e lo zafferano locale. Secondo la tradizione aviglianese, offre un'ottima verticale di eccellente baccalà e le carni sono di piccole produzioni attente all'alimentazione a fieno dei capi con una resa di qualità. Le birre non filtrate sono artigianali del Vulture: Rocco Roll, Bramea, Gnostr, Bianchina, West Cost, Gaddina Young, So' Biologa, ottime davvero e fanno simpatia già nella scelta del nome in etichetta che non rinnega le origini, anzi. “ onorano il padre e la madre” pur facendosi “uomo nuovo”.
Così accade per i nomi scelti per le pizze in listino oltre quelle tradizionali: A Ruotese, A' Castelgrande, A' Pescopagano, A' Satriano, A' Metaponto, … tutti nomi e “condimenti” dei paesi vicini. Non manca una pizza dedicata proprio a quella silenziosa stazione: A' Stazion, che non è francese ma orgogliosamente Lucano!: pomodoro, mozzarella, cardoncelli, olive, € 5 e un sorriso!
C'è chi dice sia una trovata un po' “ruffiana” per conquistare tutti ; se così fosse, sarebbe un grande rischio, perché un gioco finisce sempre prima o poi. Questo, invece, è un patto, un impegno col cliente di Ruoti, di Avigliano, del Metaponto, di Bella. Lucano, non solo per il turista già educato a km Ø, ma col locale silenzioso come la stazione pronto a farsi cultura enogastronomica insieme a Michelangelo e alla sua brigata che hanno non solo trovato se stessi “ onorando il padre e la madre”, ma creato se stessi … , G. B. Shaw.  Hanno messo gusto anche nel locale, piccolo e grazioso, aperto sei giorni a settimana, pranzo e cena, registrando full.
I prezzi sono onesti da invitarti a tornarci e così genuini i piatti da desiderarlo di farlo spesso.
   Tornando al commento dei giovani sempre connessi che parlano poco e spesso a sproposito, direi che si perdono molto, il Zest, appunto, il gusto e non solo della stazioncina e dei sapori di cui loro stessi sono impastati, ma molto di più. Una psicologa americana ha scritto “iGen”, un libro per denunciare gli effetti gravi sulla personalità degli adolescenti a causa dell'uso continuo e smodato del cellulare. Ma questa è un'altra storia, a noi piace pensarla ancora come Marguerite Yourcenar nelle “Memorie di Adriano”: “ … chi ama il bello finisce per trovarne, ovunque come un filone d'oro ... “

di Lorella Rotondi

venerdì 11 agosto 2017

NON DI SOLO PANE ...

Non di solo pane …
   Vivere la Lucania e non di Lucania o in Lucania, consente uno sguardo aperto e , forse, un po' lirico su una regione italiana bellissima e poco conosciuta. Non solo è poco conosciuta, è confusa addirittura con altre regioni quali Campania, Puglia, Calabria. I confini lucani sono con quelle regioni e ne condividono alcuni destini, ma non tutti, quando i confini non sono due mari su cui affaccia.
I destini che condivide, stanno, ad esempio, nel razionamento di acqua che da sempre la Basilicata manda in Puglia. Una regione ricchissima di acqua “ deve” concederla in Puglia e i cittadini approvvigionano i serbatoi dalle 6:00 alle 10:00 del mattino. Quest' anno ipotizzare questo per Roma, non il Lazio, Roma! Ha fatto gridare allo scandalo! Roma no! L' intera Basilicata sì e da sempre. Condivide con la Campania la “terra dei fuochi”, ma qui non se ne parla, anzi! Grandi distributori vantano “prodotto in Lucania” “evitando” Campania proprio per disinformazione degli acquirenti che non sanno del gran male prodotto dalle trivellazioni col carico di contaminazioni nelle falde acquifere, la diffusione cancerogena a seguito delle attività estrattive. Qui si baratta la salute col lavoro proprio come a Taranto.
   Altro destino comune con le regioni con cui confina è la negligenza verso gioventù persa e dispersa, non stimolata, a rimanere. Dovrebbero contenere la “desertificazione” dei borghi storici, concedendo, a titolo gratuito, case ai giovani disposti a rimanere a viverci. Il loro lavoro andrebbe favorito con formazione e fondi, progetti cooperativi ed europei, andrebbero sostenuti a restare sul territorio e andrebbero educati alla custodia dei saperi e sapori genuini, quelli che pensiamo qui, ma che proprio qui stanno scomparendo. O si fa così e rapidamente, o presto fra i 1730 paesi circa che “scompariranno” in Italia entro il 2030, (cfr A. Caporale “ Acqua da tutte le parti”), molti saranno lucani; casa e lavoro, dunque, a chi resta! Ma così ancora non è.
   Abbiamo conosciuto Katia e Marco, una giovane e bella coppia, che hanno avviato una piccola impresa familiare di arte bianca, benché lei sia stata brillante studentessa di biologia molecolare a Pisa e lui sia geometra “con timbro”. Trovare “colti” panettieri non è cosa rara; abbiamo già conosciuto ingegneri milanesi diventati allevatori in Toscana, fotografi di chiara fama che aprono fattorie biologiche, cantanti stranieri che si fanno “vignaiuoli” in Italia. Sono queste scelte di vita,conversioni filosofiche. Il punto è che Katia e Marco non hanno avuto scelta. Questo rende meno democratico un paese che si dichiara democratico. Katia e Marco, a nostro giudizio, sfornano i migliori biscotti al farro del paese e il loro pane esclusivamente a legna e pasta madre, è altamente digeribile, gustoso, curato nella scelta della farina, nella lievitazione e nella cottura. Chi ha insegnato loro tutto questo? Chi ha improntato i capitali per la loro piccola impresa artigianale?  Nessuno! Una regione che ha così pochi abitanti e non riesce a prendersene cura scandalizza davvero. E’ necessario organizzare corsi professionalizzanti a ciclo continuo articolati, nel caso di Marco e Katia, dalla panificazione al marketing, dalla comunicazione alla messa in rete con i produttori biologici a filiera corta, sino alla progettualità con le scuole per un' ducazione ai sapori e tradizioni del territorio. La regione Basilicata dovrebbe inserirsi, anche attraverso Katia e Marco, nelle virtuose realtà slow-food e dovrebbe promuovere ogni singolo borgo lucano a fini turistici cui potrebbero rispondere persone interessate alla montagna come al lago o al mare o alla collina, senza dimenticare i siti archeologici, il passato greco e duino, nonché federiciano del territorio. Altrimenti penso che questa regione non si meriti ragazzi così bravi, miti, onesti, capacissimi nel loro lavoro. Ho visto quaderni zeppi di appunti con tempi di lievitazione e tempi di infornata; sembravano quelli di una puerpera che segue le prime poppate del bimbo per accertarsi della sua salute e crescita. Ecco, se la Lucania imparasse da Katia e Marco a tenere un virtuoso quadernino in cui si accerta premurosamente della crescita e salute dei suoi giovani, farebbe la cosa giusta. Farebbe la cosa giusta a fare dei bandi per fornire attrezzature all’avanguardia a queste giovani imprese perché il lavoro è fatica, ma di lavoro si deve poter vivere e non morire schiacciati dai pensieri dei mutui.
Che politici sono quelli che crescono figli poi chiedono loro un eterno destino di migranti oppure di restare, rischiando del proprio?
Dopo il film “Basilicata coast-to-coast”, questa regione è sparita di nuovo; sicché non resta la menzione ai telegiornali quando Renzi e Boschi si recarono a Potenza a riferire riguardo a un “piccolo scandalo” di partito. Il cagliaritano sta proponendo invece realtà all'avanguardia; una tra queste è “l’orto al bar” su lettiere a vista ricavate dalla lana, ad esempio. Perché non in Basilicata? Non manca la lana e non mancano né la cultura né la capacità-passione, come quella di Katia e Marco, tese come un filo tra tradizione e innovazione.
Manca una regione e mancano dei politici che abbiano davvero a cuore questa terra che siano stanchi di violarla e desiderosi di arricchirla, popolarla, lasciarla visitare attraverso una viabilità sicura e moderna.
   Matera capitale della cultura è anche a Bella, al forno di Katia e Marco dalle 4:00 del mattino alle 20:00 di sera quando donano il pane vecchio agli animali stremati dalla siccità. Hanno già dato di più questi ragazzi a questa terra di quanto più questa terra abbia dato loro, hanno già fatto cultura e politica migliori di quanta ne abbiano intorno.

di Lorella Rotondi